Dietro un sentiero pulito, una festa di paese, una gara sportiva, un’area sistemata o una tradizione che continua a vivere ci sono spesso persone che difficilmente finiscono nelle fotografie ufficiali. Sono i volontari. Una presenza silenziosa che nelle comunità montane rappresenta molto più di un aiuto: è parte dell’infrastruttura sociale del territorio.
Quando arriviamo in montagna vediamo il paesaggio. Vediamo i boschi, i sentieri, le piste, i rifugi, le malghe e le persone che trascorrono una giornata all’aria aperta. Se c’è un evento vediamo il palco, gli atleti, gli stand, la musica, le famiglie. Se partecipiamo a una manifestazione sportiva vediamo il percorso preparato, i punti di assistenza, le indicazioni e qualcuno che ci aspetta all’arrivo.
Quasi mai ci chiediamo quante ore di lavoro siano state necessarie prima che tutto questo diventasse possibile. E soprattutto quante di quelle ore siano state donate.
La montagna italiana vive anche grazie al volontariato.
Non è retorica. Nelle località più piccole, dove risorse economiche, popolazione residente e strutture organizzative non possono essere paragonate a quelle dei grandi centri turistici, associazioni e volontari riescono spesso a rendere possibili iniziative che diversamente sarebbero difficili da sostenere.
Il volontario sistema, organizza, accompagna, informa, prepara, controlla, pulisce, monta e smonta. Ma soprattutto fa qualcosa che economicamente è molto difficile quantificare: si prende cura di un luogo perché sente che quel luogo gli appartiene.
C’è una montagna che il turista non vede
Il turista vede il risultato. Il sentiero. Non necessariamente chi ha contribuito a mantenerlo.
La manifestazione. Non chi è arrivato diverse ore prima per prepararla.
La festa. Non chi ha montato i tavoli.
La gara. Non chi presidia un incrocio.
La tradizione. Non le persone che ogni anno decidono che vale ancora la pena tramandarla.
È una montagna invisibile, ma fondamentale. Una montagna fatta di Pro Loco, associazioni sportive, gruppi locali, volontari della protezione civile, realtà culturali, gruppi alpini e tante persone che semplicemente decidono di esserci.
Non sempre cercano un riconoscimento ma molto spesso cercano qualcosa di più semplice: vedere il proprio territorio vivo.
Il volontariato è anche un servizio turistico
Siamo abituati a considerare il volontariato soprattutto nella sua dimensione sociale. Nel turismo montano ha però anche un valore economico indiretto. Pensiamo a una piccola manifestazione. Magari non genera migliaia di presenze e non finisce sulle televisioni nazionali ma porta cento, duecento o cinquecento persone in una località.
Qualcuno prende un caffè. Qualcuno pranza. Qualcuno scopre un ristorante. Qualcuno ritorna. Qualcun altro pubblica una fotografia e fa conoscere quel luogo ad altre persone.
Una piccola iniziativa resa possibile da alcune decine di volontari può così produrre effetti che si propagano sull’intera destinazione.
È lo stesso principio che abbiamo raccontato parlando dei piccoli eventi: non tutto ciò che tiene viva una località deve necessariamente essere grande.
Talvolta sono proprio le iniziative più semplici a costruire continuità.
Il volontario crea qualcosa che non si compra: comunità
Può costruire infrastrutture. Può organizzare eventi. Può sviluppare un sito internet. Ma non può comprare facilmente il senso di appartenenza. Quello nasce nel tempo. Nasce quando alcune persone decidono che il problema del proprio territorio riguarda anche loro.
Quando non dicono soltanto: “qualcuno dovrebbe fare qualcosa”. Dicono: “posso fare qualcosa anch’io”.
È una differenza apparentemente piccola che cambia completamente una comunità e il volontariato trasforma gli abitanti da spettatori a protagonisti.
E una montagna nella quale le persone si sentono protagoniste possiede una forza che nessuna campagna di marketing può costruire artificialmente.
Anche il turista percepisce una comunità viva
Esiste poi qualcosa di difficilmente misurabile. Il turista percepisce quando un territorio è curato.
Percepisce quando incontra persone disponibili. Percepisce quando un evento non è semplicemente un prodotto commerciale ma nasce da una comunità. Percepisce quando dietro una festa esiste una storia.
Questa dimensione contribuisce all’autenticità dell’esperienza. n un turismo sempre più competitivo, nel quale moltissime destinazioni possono offrire un bel panorama, proprio le persone possono diventare una delle principali differenze.
Un bosco può essere bellissimo. Ma ricordiamo anche chi ce lo ha raccontato.
Una festa può essere piccola. Ma ricordiamo chi ci ha accolto.
Un sentiero può essere semplice. Ma ricordiamo l’incontro fatto lungo il percorso.
Il turismo è fatto di luoghi. Ma soprattutto di relazioni.
Attenzione, però: il volontariato non deve sostituire il lavoro
Questo è un confine che dobbiamo avere il coraggio di affrontare. Celebrare il volontariato non significa pensare che tutto possa essere fatto gratuitamente. Una destinazione turistica moderna ha bisogno di professionisti. Guide. Tecnici. Operatori turistici. Personale qualificato. Addetti alla sicurezza. Comunicatori. Gestori. Manutentori. Organizzatori.
Il volontario non deve diventare il modo attraverso il quale evitare di riconoscere economicamente un’attività che dovrebbe essere professionale.
Volontariato e lavoro non sono alternativi ma bensì sono complementari.
Ci sono responsabilità, competenze e attività che devono essere affidate a professionisti. E ce ne sono altre nelle quali la partecipazione volontaria della comunità rappresenta un valore straordinario. Confondere questi due mondi finirebbe per danneggiare entrambi.
Anche i volontari hanno bisogno di essere organizzati
C’è un altro errore frequente: pensare che, essendo volontario, tutto possa essere improvvisato. Non è così. Anzi.
Proprio perché una persona sta donando il proprio tempo, quel tempo dovrebbe essere rispettato. Servono organizzazione, ruoli chiari, coordinamento, formazione quando necessaria, strumenti adeguati e attenzione alla sicurezza.
Un volontario non dovrebbe arrivare a un evento senza sapere cosa deve fare. Non dovrebbe essere utilizzato come soluzione dell’ultimo minuto. Non dovrebbe essere dato per scontato.
La frase “tanto ci sono i volontari” è forse uno dei modi peggiori per parlare del volontariato. I volontari non “ci sono”. Scelgono di esserci. Ed è una differenza enorme.
Il problema del ricambio generazionale
Come molte altre realtà della montagna, anche il volontariato deve confrontarsi con il tema delle nuove generazioni.
Molte associazioni possiedono persone che da anni, talvolta da decenni, sostengono manifestazioni e iniziative.
Ma chi verrà dopo? È una domanda che riguarda direttamente il futuro dei territori.
Avvicinare i giovani al volontariato significa permettere loro di partecipare realmente.
Non soltanto chiedere una mano per spostare tavoli. Significa lasciare spazio alle loro idee. Alla comunicazione digitale.
A nuovi format. A nuovi eventi. A modi differenti di interpretare il territorio.
Se vogliamo che un ragazzo senta propria la montagna, dobbiamo permettergli anche di contribuire a costruirla.
Il volontariato può diventare una straordinaria scuola di cittadinanza e appartenenza.
In montagna fare rete significa anche questo
Abbiamo più volte sostenuto un principio: da soli si può promuovere un luogo, insieme si costruisce una destinazione.
Il volontariato ne è forse una delle dimostrazioni più concrete. Comune, operatori, associazioni, imprese, impianti, ristoratori, professionisti e cittadini possiedono ruoli differenti. Ma una destinazione funziona quando questi mondi imparano a collaborare. Non significa essere sempre d’accordo. Significa riconoscere che esiste qualcosa di più grande dell’interesse del singolo.
Quando un volontario dedica una domenica a una manifestazione non sta necessariamente lavorando per sé.
Sta contribuendo a qualcosa di collettivo. Ed è proprio questa cultura che le montagne hanno bisogno di conservare.
Il Nevegal ha bisogno anche di queste persone
Anche il futuro del Nevegal passa da qui. Possiamo parlare di nuovi turismi, promozione, bike, trekking, sci, eventi, Slow Tourism, giovani, imprese, Team Building, innovazione e destagionalizzazione.
Ma dietro molte iniziative continueranno a esserci associazioni e persone che dedicano gratuitamente parte del proprio tempo al territorio.
Noi di We Love Nevegal crediamo che queste persone debbano essere riconosciute come parte della comunità turistica. Non come comparse. Come costruttori di destinazione. Perché una località non viene costruita soltanto da chi investe denaro. Viene costruita anche da chi investe tempo. E il tempo possiede una caratteristica particolare: una volta donato, non torna più.
La montagna non deve limitarsi a dire grazie
Forse questo è il punto sul quale dovremmo riflettere maggiormente. Ringraziare i volontari è importante. Ma non basta. Bisogna coinvolgerli. Ascoltarli. Formarli quando necessario. Riconoscerne il ruolo. Facilitare il ricambio generazionale. Mettere associazioni differenti in relazione. Creare occasioni nelle quali il volontariato possa diventare parte di una visione territoriale più ampia. Perché se una comunità considera normale che qualcuno regali continuamente il proprio tempo, prima o poi rischia di perdere proprio quelle persone.
Il volontariato è una risorsa. Non è una risorsa infinita.
Il capitale più prezioso della montagna non compare in bilancio
Possiamo calcolare il valore di un impianto e il costo di una campagna pubblicitaria. Il prezzo di una struttura. Il fatturato di un’attività.
È molto più difficile attribuire un valore alla persona che per vent’anni ha aiutato a organizzare una festa. A chi ha accompagnato generazioni di ragazzi dentro un’associazione. A chi sistema qualcosa senza che nessuno glielo abbia chiesto. A chi arriva per primo e va via per ultimo.
Eppure, se domani tutte queste persone decidessero contemporaneamente di non esserci più, ci accorgeremmo immediatamente di quanto valevano.
Noi di We Love Nevegal vogliamo quindi dire grazie ai volontari.
Ma vorremmo farlo senza trasformare questo ringraziamento nella solita frase di circostanza.
Vorremmo soprattutto ricordare che una montagna viva non è soltanto quella che riesce ad attrarre turisti. È quella nella quale esistono ancora persone disposte a prendersene cura.
Ci sono persone che investono denaro nella montagna. Persone che vi lavorano. Persone che la visitano. E poi ci sono quelle che le regalano qualcosa che non potranno mai recuperare. Il proprio tempo.
Forse è proprio per questo che dovremmo considerarlo uno dei contributi più preziosi di tutti. Perché dietro una montagna che funziona c’è quasi sempre qualcuno che, senza fare troppo rumore, ha deciso semplicemente di esserci.
Gazie a tutti i volontari che operano in Nevegal!!!
We Love Nevegal. La montagna per tutti.

