Dallo smart working ai nuovi residenti temporanei, il turismo sta scoprendo una figura che non è più soltanto turista e non è ancora residente. Professionisti, lavoratori da remoto e famiglie possono trasformare seconde case e piccoli borghi in luoghi da vivere durante tutto l’anno. Ma per le località di montagna non basta offrire un bel panorama: bisogna costruire le condizioni per lavorare, abitare e sentirsi parte di una comunità.
C’è stato un tempo in cui andare in montagna significava soprattutto interrompere la vita quotidiana.
Si partiva il venerdì sera, si arrivava nella seconda casa, si trascorreva il fine settimana e la domenica pomeriggio si riprendeva la strada verso la città. Il lunedì mattina bisognava essere nuovamente in ufficio, davanti alla scrivania, magari dopo due ore di traffico.
La montagna era il luogo nel quale si smetteva di lavorare.
La città quello nel quale si ricominciava.
Una separazione quasi perfetta, che per decenni ha influenzato non soltanto le abitudini delle persone, ma anche l’organizzazione economica delle località turistiche.
Poi qualcosa è cambiato.
Prima lentamente, attraverso la diffusione delle tecnologie digitali. Poi improvvisamente, con la pandemia e la sperimentazione su larga scala del lavoro da remoto. Infine, con l’affermarsi di modelli professionali più flessibili, nei quali la presenza fisica quotidiana in ufficio non è sempre indispensabile.
Naturalmente non tutti possono lavorare da qualsiasi luogo. E non tutte le aziende consentono lo smart working.
Ma una parte del mondo professionale ha scoperto qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava riservato a pochissime categorie.
Per lavorare, qualche volta, non è necessario essere dove si è sempre lavorato.
E per la montagna questa potrebbe essere una delle trasformazioni turistiche più interessanti dei prossimi vent’anni.
E se il turista del futuro arrivasse il lunedì?
Immaginiamo un professionista che vive a Mestre e possiede una seconda casa in montagna, utilizzata normalmente nei fine settimana e durante le vacanze. Lavora per un’azienda che gli permette due o tre giornate settimanali da remoto e fino a ieri saliva il venerdì sera e scendeva la domenica. Domani potrebbe decidere di partire il lunedì mattina, lavorare dalla montagna fino a mercoledì e rientrare in città per gli impegni che richiedono la sua presenza, oppure potrebbe prolungare il fine settimana fino al martedì. Le ore lavorate rimarrebbero sostanzialmente le stesse ma cambierebbe tutto ciò che le circonda. La pausa pranzo.Il panorama. Il tragitto tra casa e lavoro.La possibilità di camminare dopo una giornata davanti al computer. La qualità del tempo libero e soprattutto, cambierebbe la frequentazione della località.
Una casa normalmente chiusa durante la settimana avrebbe le luci accese, un ristorante potrebbe avere un cliente anche martedì, un negozio potrebbe vendere qualcosa mercoledì mattina. Un professionista potrebbe prenotare un’attività outdoor nel pomeriggio.
Il cambiamento non riguarderebbe soltanto il modo di lavorare. Riguarderebbe l’economia della montagna.
Il nuovo viaggiatore non è più facilmente classificabile
Per molto tempo abbiamo diviso le persone in categorie piuttosto semplici. Residenti. Turisti. Proprietari di seconde case. Pendolari. Lavoratori.
Oggi questi confini possono diventare meno netti. Una persona può vivere prevalentemente in città, possedere un appartamento in montagna, lavorare alcuni giorni da remoto, frequentare attività locali, partecipare agli eventi e trascorrere sul territorio molte settimane durante l’anno.
È un turista? Un residente? Un lavoratore? Un proprietario? Forse è tutte queste cose contemporaneamente.
Possiamo chiamarlo temporary resident, residente temporaneo, purché sia chiaro che parliamo di una modalità di vita e non di una nuova categoria anagrafica.
Ed è proprio questa figura che una piccola destinazione dovrebbe cominciare a osservare con attenzione anche perché il residente temporaneo non utilizza necessariamente il territorio come un turista tradizionale. Non cerca soltanto attrazioni. Cerca condizioni di vita.
Una bella montagna non basta per lavorare
Qui bisogna evitare un errore piuttosto frequente e cioè pensare che sia sufficiente pubblicare la fotografia di uno chalet con un computer sul tavolo e scrivere: “Lavora immerso nella natura.”. Suggestivo ma poco convincente.
Chi lavora deve poter lavorare davvero e ha bisogno di una connessione Internet affidabile, di una scrivania, di una sedia adeguata, di riscaldamento, di tranquillità, di copertura telefonica, di servizi accessibili, di un luogo nel quale partecipare a una videoconferenza senza problemi e di un’alternativa quando manca la connessione.
E, se rimane per diverse settimane, anche di negozi, mobilità, assistenza, occasioni di incontro e una vita quotidiana sufficientemente organizzata.
Il panorama può convincerlo a scegliere la montagna.
Sono i servizi a convincerlo a rimanere.
La seconda casa potrebbe diventare la prima opportunità
Per molte località di media montagna esiste un patrimonio che raramente viene considerato attraverso questa prospettiva.
Le seconde case.
Appartamenti e abitazioni già costruiti, spesso utilizzati soltanto durante alcuni fine settimana e periodi festivi.
Per decenni abbiamo guardato a questo patrimonio principalmente attraverso il mercato immobiliare, la manutenzione, la fiscalità e la frequentazione turistica.
Ma cosa succederebbe se una parte di quelle abitazioni diventasse utilizzabile anche per lavorare?
Non servirebbe necessariamente costruire nuovi edifici ma bisognerebbe rendere più funzionali quelli esistenti. Connessione. Spazi di lavoro. Servizi. Informazioni. Eventualmente piccoli interventi di adattamento.
Il proprietario potrebbe decidere di utilizzare più spesso il proprio immobile, oppure, dove consentito e nel rispetto delle regole, metterlo a disposizione per soggiorni medio-lunghi.
Un appartamento potrebbe ospitare un professionista per due settimane, una coppia per un mese o una famiglia durante una parte dell’estate.
Non sarebbe soltanto ricettività ma un modo diverso di utilizzare il patrimonio immobiliare della montagna.
Non tutte le seconde case devono diventare affitti turistici
Questo punto merita attenzione. Quando si parla di valorizzazione immobiliare, il ragionamento scivola spesso immediatamente verso le locazioni brevi. Ma il lavoro da remoto apre possibilità differenti. Un proprietario può scegliere di utilizzare personalmente la propria casa più frequentemente. Una famiglia può trascorrere periodi più lunghi nella seconda abitazione. Un professionista può cercare una sistemazione per alcune settimane. Un’azienda può organizzare un soggiorno di lavoro per un piccolo gruppo. Un immobile può essere destinato, quando appropriato, a forme contrattuali di durata diversa.
Non esiste un unico modello e soprattutto non dobbiamo confondere una strategia di valorizzazione del patrimonio con l’obiettivo di trasformare ogni abitazione in una struttura ricettiva.
Una destinazione ha bisogno anche di equilibrio, disponibilità abitativa per i residenti e rispetto delle caratteristiche del territorio.
Il vero obiettivo non è riempire ogni casa di turisti. È aumentare la vita che quelle case possono generare.
Il coworking in montagna: opportunità o moda?
Quando si parla di lavoro da remoto compare quasi inevitabilmente la parola coworking. È una possibilità interessante ma non sempre è la soluzione.
Aprire uno spazio con dieci scrivanie, qualche pianta e una macchina del caffè non garantisce che arrivino professionisti.
Bisogna prima capire se esiste una domanda reale. Chi lo utilizzerebbe? Quanti giorni? Con quale frequenza? Quanto sarebbe disposto a pagare? Quali servizi richiede? Preferisce lavorare dalla propria abitazione oppure ha bisogno di uno spazio esterno?
Per una piccola montagna potrebbe essere più intelligente cominciare con un progetto leggero. Una sala già esistente. Una connessione professionale. Alcune postazioni prenotabili. Una piccola sala riunioni. Un servizio disponibile anche per chi soggiorna nelle strutture ricettive. Un test di alcuni mesi.
Soltanto dopo aver verificato la domanda avrebbe senso valutare investimenti maggiori. Perché anche l’innovazione deve avere un controllo di gestione.
Un coworking vuoto non è sviluppo territoriale. È semplicemente una stanza con delle scrivanie.
La montagna può offrire qualcosa che la città fatica a replicare
Se la montagna vuole competere come luogo di lavoro, non dovrebbe cercare di imitare la città. Sarebbe una battaglia sbagliata. La città possiede concentrazione di servizi, collegamenti, imprese, opportunità professionali e relazioni. La montagna può offrire altro. Natura. Silenzio. Spazio. Possibilità di movimento. Ritmi differenti. Una pausa pranzo all’aperto. Un sentiero a pochi minuti. Una giornata di lavoro che può concludersi con una passeggiata invece che con un’ora di traffico.
Questi elementi non garantiscono automaticamente maggiore produttività o benessere per tutti ma possono rappresentare un valore importante per alcune persone.
La vera opportunità nasce quando la montagna smette di presentarsi soltanto come luogo nel quale riposarsi dal lavoro e comincia a proporsi come luogo nel quale lavoro e qualità della vita possono convivere.
E se il soggiorno durasse un mese invece di due giorni?
Per una destinazione turistica la durata del soggiorno è una variabile economica fondamentale 4 il visitatore del fine settimana può concentrare i propri consumi in poche ore.
Chi rimane più a lungo sviluppa esigenze differenti. Deve fare la spesa. Utilizzare servizi. Conoscere il territorio. Organizzare la quotidianità. Magari frequentare un ristorante durante la settimana. Acquistare un abbonamento. Partecipare a un’attività sportiva. Incontrare altre persone.
La spesa giornaliera potrebbe anche essere inferiore a quella di un turista tradizionale, ma il valore complessivo del soggiorno e la sua distribuzione nel tempo possono risultare interessanti. Per questo non basta chiedersi quanto spende un visitatore in un giorno.
Dovremmo chiederci anche: quanti giorni vive realmente la destinazione?
E quanto valore economico genera durante l’intera permanenza?
Il turista che lavora può diventare un ambasciatore
Esiste poi una dimensione meno immediata.
Una persona che trascorre due settimane in una località può sviluppare una relazione più profonda rispetto a chi vi rimane poche ore.
Conosce il barista. Scopre il ristorante. Impara i nomi dei sentieri. Partecipa a un evento. Incontra i frequentatori abituali. Comincia a riconoscere i ritmi del territorio.
La destinazione smette gradualmente di essere uno scenario e diventa un luogo familiare. Questa relazione può produrre ritorni, passaparola e nuove opportunità. Qualcuno potrebbe decidere di acquistare un immobile. Qualcun altro di investire in una piccola attività.
Altri potrebbero semplicemente continuare a frequentare la montagna per anni. Naturalmente non tutti i residenti temporanei diventeranno residenti stabili.
Ma alcuni potrebbero cominciare proprio così.
Prima vengono per lavorare qualche giorno. Poi scoprono che potrebbero desiderare di vivere lì.
Il lavoro da remoto potrebbe aiutare anche contro lo spopolamento
È un’ipotesi interessante, ma non dobbiamo trasformarla in una promessa automatica.
Lo smart working, da solo, non risolve lo spopolamento.
Una famiglia che vuole trasferirsi stabilmente ha bisogno di molto più di una buona connessione. Scuole. Sanità. Trasporti. Servizi. Opportunità di lavoro per entrambi i partner. Alloggi adeguati. Relazioni sociali. Continuità.
E non tutti i professionisti possono scegliere liberamente dove lavorare: contratti, regole aziendali, assicurazioni, fiscalità e, per chi lavora da un altro Paese, possibili obblighi transfrontalieri devono essere verificati.
Ma il lavoro flessibile può ridurre almeno una delle barriere che storicamente hanno reso difficile abitare in montagna: la necessità di raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro.
Per alcune persone potrebbe essere sufficiente. Per altre no.
La differenza la farà la qualità dell’ecosistema territoriale.
Il futuro potrebbe essere una montagna abitata a intermittenza
Siamo abituati a pensare che un territorio sia abitato oppure disabitato. Ma potrebbero affermarsi forme intermedie. Persone presenti tre giorni alla settimana. Altre due settimane al mese. Famiglie che trascorrono periodi estivi più lunghi. Professionisti che alternano città e montagna. Lavoratori che si fermano durante la bassa stagione. Frequentatori che non trasferiscono la residenza anagrafica ma sviluppano una relazione stabile con il territorio.
Questo non sostituisce la popolazione residente e non deve indebolirne i diritti o i servizi.
Può però aggiungere una componente di frequentazione più continuativa. Per molte piccole destinazioni il problema non è soltanto attirare persone. È evitare che la località sia piena per pochi giorni e quasi vuota per tutti gli altri.
Una montagna frequentata in modo più distribuito potrebbe essere anche una montagna economicamente più equilibrata.
Il Nevegal potrebbe avere alcune caratteristiche interessanti
Pensiamo al Nevegal. Una destinazione con una presenza significativa di seconde case. Un ambiente naturale. Attività outdoor.
Possibilità di vivere la montagna in stagioni differenti. Queste caratteristiche potrebbero renderla interessante per sperimentare forme di soggiorno legate al lavoro da remoto. Non dobbiamo immaginare immediatamente grandi flussi internazionali di nomadi digitali.
Anzi, forse il primo mercato da osservare è molto più vicino. Professionisti di Belluno, Treviso, Venezia, Padova e delle altre città del Nordest. Persone che possiedono già un immobile. Lavoratori con formule ibride. Piccoli imprenditori. Consulenti. Professionisti autonomi.
Famiglie che potrebbero trascorrere qualche settimana in montagna senza interrompere completamente l’attività lavorativa. La prossimità potrebbe diventare un vantaggio. Perché lavorare da remoto non significa necessariamente voler essere a migliaia di chilometri dal proprio ufficio. Qualche volta significa semplicemente voler essere abbastanza vicini da poter rientrare quando serve.
Da destinazione turistica a destinazione da vivere
Qui arriviamo al cambiamento più importante.
Il turismo tradizionale si domanda:
“Come facciamo a convincere qualcuno a trascorrere qui le vacanze?”
Una destinazione che vuole intercettare i residenti temporanei dovrebbe aggiungere:
“Come facciamo a rendere possibile trascorrere qui una parte della propria vita?”
Sono due domande differenti.
La prima richiede attrazioni, ricettività, promozione, eventi ed esperienze.
La seconda richiede anche servizi quotidiani, connettività, abitazioni funzionali, mobilità e relazioni.
Non si tratta di sostituire il turismo.
Si tratta di allargare il concetto di destinazione.
Non tutti diventeranno nomadi digitali. E non serve
Dobbiamo evitare anche una certa retorica. Non ogni persona sogna di lavorare con il computer davanti a un panorama.
Molti preferiscono separare nettamente lavoro e vacanza. Altri non possono lavorare da remoto. Alcuni hanno bisogno di uffici, colleghi e infrastrutture che una piccola località non può offrire. Il mercato potenziale esiste, ma va misurato. Non abbiamo bisogno di trasformare il Nevegal nella nuova capitale europea dei nomadi digitali. Sarebbe una promessa poco credibile.
Potrebbe essere sufficiente intercettare un segmento specifico di professionisti che desiderano trascorrere qualche giorno in più in montagna. Per una piccola destinazione anche numeri relativamente contenuti, se regolari e distribuiti durante l’anno, possono contribuire alla domanda di servizi locali. La questione non è inseguire una moda.
È capire se un cambiamento del modo di lavorare possa diventare una nuova ragione per frequentare il territorio.
La vera rivoluzione non sarà lavorare davanti alle montagne
Sarebbe troppo semplice. La vera rivoluzione potrebbe essere smettere di considerare la montagna un luogo utilizzabile soltanto quando abbiamo finito di lavorare. Per alcune persone potrà diventare uno spazio nel quale convivono professione, sport, famiglia, natura e relazioni. Una seconda casa potrebbe non essere più soltanto la casa delle vacanze. Un appartamento potrebbe ospitare soggiorni più lunghi. Un piccolo bar potrebbe avere clienti anche nei giorni feriali. Un sentiero potrebbe essere frequentato alle sei del pomeriggio da qualcuno che ha appena chiuso il computer. Una località turistica potrebbe diventare, almeno per una parte dell’anno, anche un luogo di vita quotidiana.
Non sappiamo quanto grande diventerà questo fenomeno ma sappiamo che ignorarlo significherebbe rinunciare a esplorare un possibile mercato. E le piccole montagne che cercano un futuro non possono permettersi di guardare soltanto ai consumatori del passato.
La montagna non deve soltanto attirare persone. Deve dare loro una ragione per restare.
Forse è proprio questa la riflessione conclusiva. Per decenni abbiamo misurato il successo turistico attraverso gli arrivi.
Quante persone sono salite? Quanti skipass abbiamo venduto? Quanti visitatori hanno partecipato a un evento? Quante presenze abbiamo registrato? Continueranno a essere indicatori importanti. Ma il futuro potrebbe richiedere anche altre domande. Quante persone rimangono più a lungo? Quante frequentano la località durante la settimana? Quante seconde case vengono utilizzate aggiormente? Quanti servizi riescono a lavorare anche fuori stagione? Quante persone considerano quella montagna non soltanto una meta, ma una parte della propria vita? Perché forse il vero salto di qualità per una piccola destinazione non sarà convincere qualcuno a salire una volta in più. Sarà convincerlo che lì può trascorrere una parte significativa del proprio tempo. Anche quando lavora. Anche quando non è in vacanza. Anche quando la montagna non è piena di turisti.
Il futuro potrebbe non appartenere soltanto alle località nelle quali le persone desiderano andare. Ma anche a quelle nelle quali desiderano rimanere.
We Love Nevegal. La montagna per tutti.

